domenica 22 novembre 2009

Un piccolo omaggo ad un grande poeta


Nel novembre del 1975, moriva per morte violenta, uno dei più grandi poeti italiani, Pier Paolo Pasolini. In omaggio al ricordo della sua vita e dell'anniversario della sua scomparsa ho trovato questa bellissima poesia su un libro e l’ho ricopiata. La poesia è dedicata a Robert Kennedy, uomo che ha saputo infiammare il cuore delle persone, e che forse questo lo ha reso scomodo al potere tanto da farlo uccidere, anche se solo a favore del meno peggio come dice la poesia di Pasolini, tanto da attirare l’attenzione del poeta italiano per un componimento letto dallo stesso in una trasmissione televisiva nel 1968.

Non sei nella tomba ma nei miei sensi.

Dalla tomba, dove finalmente sei vivo,

mandi per il mondo una figlioletta o un figlio adolescente

a farsi baciare sulla bocca – perché li bacino sulle labbra.

Ci sono certe bocche, con un sorridere di adolescente

Che dimostrano come nessuna società contenga il mondo.

Dalla tomba dove dunque non sei, ma nei sensi altrui,

vivo, di quella vita che supera di tanto lo stesso

sconfinato contenere degli Stati Uniti – basta quel sorriso

che dà voglia di baciare la bocca che lo scioglie

(anche con calcolo, anche con calcolo) al mondo,

fa sì, dico, che un ebreo di elezione

(ma che può amare carne araba, esclusivamente)

possa scrivere, su ordinazione,

una dichiarazione d’amore, non un canto funebre.

Eri morto, quando eri Bob, per calcolo,

e l’innocenza di un adolescente quarantenne era dunque

fatta funzionare per che cosa? per il potere.

Allora si che eri morto, e non poteva

un poeta che non vorrebbe scrivere più versi

(non per ispirazione, non su ordinazione)

scrivere qualcosa in una lingua cosiddetta speciale

per te. Polemici poeti!

Che non voglion sentire parlare di fughe:

non nel passato, non nel futuro, non nel nulla,

non, tanto meno, nella Rivoluzione.

Anche non credendo più in nulla se non nel tutto,

quel poeta di nazionalità israeliana

ma pieno di mogli arabe – in fin di vita –

avrebbe potuto tesserti … un elogio funebre,

se mai: ma allora, allora, appunto, quando eri vivo,

(benché per fortuna anche allora tu non corressi,

no, pericoli di beatificazione o di santificazione).

Comunque, se qualcosa, in questa lingua oscura

(speciale) della poesia, avesse voluto dirti,

ti avrebbe detto chiaro e tondo che con quel bel sorriso

e con quel bel ciuffo biondo, patrimonio famigliare,

eri un morto – o tutt’al più, avresti potuto essere

un interprete ideale per impersonare Oreste.

Perché morto? (come ora il tuo dolce figlio

bocca da baci, e tutta la tua famiglia, potente?)

Beh: ora sei vivo, non sei nella tomba,

(ma nei sensi, ridotto al solo sorriso,

e al ciuffo che può sfoggiare solo un garzone).

Potevi parlare, e dire cose degne di John

(che è molto, molto, ma si può dire che è poco, poco:

non più di quello che ci si può aspettare

da un miliardario americano, bello, per giunta).

Ma quel tuo parlare era parlare nel dominio

non della vita, che non domina nulla, lei.

E’ inteso dunque che quel tuo parlare, quel tuo

significar per verba, ti era lecito, perché?

Solo perché complice della vita che è tanto debole

quanto immensa,

e non complice del potere, in realtà:

qualunque potere, intendo,

il potere della guerra, il potere di Johnson,

il potere democratico, il potere della pace.

Ma tu potevi significar per verba quello che volevi,

eh, eh, tu potevi parlare, parlare, parlare come volevi,

davanti alle telecamere, nelle halls dappertutto,

dentro la grandissima tomba americana:

qualcosa, appunto, ti tradiva:

perché tu, ingenuo, non ti esprimevi con le sole parole

né col solo tuo corpo fortunato, su cui del resto contavi

ché dagli allievi, gran congressisti, del professor Morris

avrebber potuto compliar tabelle includenti

il tuo significar verbale e quello non verbale:

ma in tutti quei fogli sarebbe ritornata un’incognita

(un punto ineffabile) : si, perché parlando – e calcolando

insieme, anche l’apporto semiotico del corpo – eri morto,

mentre invece, eri vivo: e infatti ciò è dimostrato da cosa?

dal tuo essere vivo totalmente ora, nella tomba.

La causa buona si combatte in quel punto della vita

che non coincide con sistema alcuno,

e che nessuna rivoluzione, nemmeno, può calcolare.

Perché sia ben chiaro che – se tu dolce eroe vivo,

sei stato da morto l’eroe del meno peggio –

tutto qui è meno peggio, e peggio del peggio:

l’unica cosa radiosa è il nulla di un sorriso,

(unito naturalmente allo stoicismo con cui hai gettato

il tuo corpo nella lotta: per il meno peggio, appunto).

Hai significato che solo per questo poco si muore,

miliardario senatore vietcong onorario,

vivendo in vita come coniglio, come colombo,

con nidiata o covata di bocche da baci – regolato

dall’Ufficio Stampa, Donchisciotte medio (carino):

carismi ridotti a materiali da lancio.

Ma non l’hai insegnato con la tua grande adulta

sapienza liberale (storica, ragionante, calcolatrice), no:

ma con quella semplicemente naturale,

perché: lo naturale è sempre senza errore,

lo naturale è sempre senza errore.

La filastrocca potrebbe continuare,

ma la felicità no: essa ha sempre vita breve.

Pier Paolo Pasolini

2 commenti:

Guernica ha detto...

Beh, cosa dire su Pasolini?
Certamente è stato un italiano tra gli italiani.Con questo voglio dire che...è stato uomo per davvero.
Non è un caso che tutti gli uomini, vengano poi brutalmente eliminati.
Sono scomodi, e anche lui...lo era.

Buona serata caro!

Paoloblogger ha detto...

I veri uomini, quelli che sentono la vita, anche se poi non riescono pienamente a vivere per colpa di questa orrenda società, hanno da insegnarti sempre.
Per esempio con questa poesia ho reimparato ciò che avevo dimenticato con questi versi:
"Ma quel tuo parlare era parlare nel dominio, non della vita, che non domina nulla, lei."
A volte mi ritrovo a pensare quanta strada ci vuole per uno come me per arrivare a sintetizzare tutto quello che significa quella espressione in due righe scarse...

Ciao :))))