lunedì 27 luglio 2009

La massoneria in pillole, 3

sabato 25 luglio 2009

Un matto

Tu prova ad avere un mondo nel cuore
e non riesci ad esprimerlo con le parole,
e la luce del giorno si divide la piazza
tra un villaggio che ride e te, lo scemo, che passa,
e neppure la notte ti lascia da solo:
gli altri sognan se stessi e tu sogni di loro

E sì, anche tu andresti a cercare
le parole sicure per farti ascoltare:
per stupire mezz'ora basta un libro di storia,
io cercai di imparare la Treccani a memoria,
e dopo maiale, Majakowsky, malfatto,
continuarono gli altri fino a leggermi matto.

E senza sapere a chi dovessi la vita
in un manicomio io l'ho restituita:
qui sulla collina dormo malvolentieri
eppure c'è luce ormai nei miei pensieri,
qui nella penombra ora invento parole
ma rimpiango una luce, la luce del sole.

Le mie ossa regalano ancora alla vita:
le regalano ancora erba fiorita.
Ma la vita è rimasta nelle voci in sordina
di chi ha perso lo scemo e lo piange in collina;
di chi ancora bisbiglia con la stessa ironia
"Una morte pietosa lo strappò alla pazzia".

 

“Un matto”, Fabrizio De André

venerdì 24 luglio 2009

La massoneria in pillole, 2

giovedì 23 luglio 2009

Il conformista

 

Io sono, un uomo nuovo
talmente nuovo che è da tempo che non sono neanche più fascista
sono sensibile e altruista, orientalista
ed in passato sono stato, un po' sessantottista
da un po' di tempo ambientalista, qualche anno fa nell'euforia mi son sentito
come un po' tutti socialista.

Io sono, un uomo nuovo
per carità lo dico in senso letterale sono progressista
al tempo stesso liberista, antirazzista
e sono molto buono, sono animalista
non sono più assistenzialista, ultimamente sono un po' controcorrente
son federalista.

Il conformista, è uno che di solito sta sempre dalla parte giusta,
il conformista,  ha tutte le risposte belle chiare dentro la sua testa
è un concentrato di opinioni, che tiene sotto il braccio due o tre quotidiani
e quando ha voglia di pensare pensa per sentito dire
forse,  da buon opportunista, si adegua senza farci caso e vive nel suo paradiso.

Il conformista, è un uomo a tutto tondo che si muove senza consistenza,
il conformista, s'allena a scivolare dentro il mare della maggioranza
è un animale assai comune, che vive di parole da conversazione
di notte sogna e vengon fuori  sogni di altri sognatori
il giorno esplode la sua festa, che è stare in pace con il mondo, e farsi largo galleggiando
il conformista
il conformista.

Io sono, un uomo nuovo
e con le donne c'ho un rapporto straordinario sono femminista
son disponibile e ottimista, europeista
non alzo mai la voce, sono pacifista
ero marxista-leninista, e dopo un po' non so perché mi son trovato
cattocomunista.

Il conformista, non ha capito bene che rimbalza meglio di un pallone
il conformista,  aerostato evoluto che è gonfiato dall'informazione
è il risultato di una specie, che vola sempre a bassa quota in superficie
poi sfiora il mondo con un dito e si sente realizzato,
e vive,  e questo già gli basta, e devo dire che oramai
somiglia molto a tutti noi
il conformista
il conformista.

Io sono, un uomo nuovo
talmente nuovo che si vede a prima vista: sono il nuovo conformista.

 

“Il conformista”, Giorgio Gaber

mercoledì 22 luglio 2009

La massoneria in pillole, 1

martedì 21 luglio 2009

Ma perché non lo prendete sul serio?



lunedì 20 luglio 2009

I Memoriali Calcara, CAPITOLO 2

Il proseguio della pubblicazione commentata dei memoriali di Vincenzo Calcara, si dipana con la prima lettera di Vincenzo a Salvatore Borsellino del 22 marzo del 2008. Leggendo il memoriale per intero questa lettera non contiene indicazioni particolari, non è ricca di fatti evidenti, ma invece ad una attenta lettura risulta essere fondamentale per capire certi meccanismi, che nonostante studi importanti a riguardo, continuano ad essere un tabù tutto da esplorare.  Leggendo questa lettera si ha l’impressione di ascoltare le parole di un uomo saggio, divenuto saggio forse nell’idea del male che lui stesso ha rinnegato quando ha incontrato Paolo Borsellino, e cresciuto ed evoluto nella ricerca della verità e dell’idea del bene a cui lui stesso dichiara di aver consacrato le sue figlie.

Ovviamente non posso fare a meno di apprezzare le preoccupazioni di questa Grande Donna e alle LEZIONI di VITA che con Animo sincero ha saputo darmi.
Il desiderio di Donna Agnese sicuramente "significa" che lasciando il passato ci si mette in una posizione di potere afferrare e vivere meglio il PRESENTE e l'AVVENIRE.
Una cosa è certa, e cioè, tutto quello che mi ha trasmesso questa Nobile Grande Donna, compreso quell' ONORE che solo Donne particolari sanno AVERE, MANTENERE, DIFENDERE e METTERE IN ATTO, lo trasmetterò alle mie FIGLIE.

Nel racconto emerge il drammatico squarcio in cui lui è stato dilaniato, e la voglia di fare bene, ricominciare, chiudere definitivamente con il passato e vivere senza paura l’idea del bene a cui molti aspirano ma rinunciano per mancanza di coraggio

Nelle lunghe conversazioni che ho avuto con la Grande Anima di Tuo Fratello Paolo e con Tua Cognata non posso non ricordarmi due Grandi PAROLE che mi hanno detto: “VERITA'”  e “UOMO LIBERO”.
Queste due meravigliose parole fanno parte e sono racchiuse in quel Grande Patrimonio di Valori che stavano dentro e dietro al Tuo Amato Fratello Paolo e che anche a Te Degnamente APPARTENGONO!
La Verità rende Liberi è VERO! Ma è anche vero che un diamante sporco e impregnato di carbone non può mai riflettere la propria LUCE!

Come posso trasmettere e insegnare a queste quattro Creature quel Sentimento d'ONORE che mi fa essere UOMO LIBERO quando poi questo ONORE è inquinato da paura ed egoismo?

Poi Vincenzo Calcara parla di Francesco Messina Denaro dicendo che lui ha amato e trasmesso a suo figlio Matteo Messina Denaro l’idea del male che ha partorito “Cosa Nostra”

Messina Denaro Francesco amava più della sua stessa vita, più di suo figlio Matteo e più di ogni altro affetto o cosa, quell'idea del MALE che ha partorito "COSA NOSTRA" e che ha fatto di essa una forte "ENTITA'" collegandola ad altre ENTITA'.
Messina Denaro Francesco era ben cosciente che solo mettendo in primo piano l'ENTITA' di Cosa Nostra avrebbe potuto fare di suo figlio Matteo un genio e un grande CAPO.
Matteo Messina Denaro, testimonia suo Padre Francesco Messina Denaro che continua a vivere dentro suo figlio. 

Poi si incammina in un discorso che può apparire filosofico, invece è il fulcro della concretezza, parlando anche di come Paolo Borsellino aveva usato molto del suo tempo alla ricerca della verità, perché la amava fino in fondo, eliminando così molto tempo per se stesso e per i suoi affetti. Parla per questo della ragione che sa rispettare i sentimenti, e di come questa ragione, usata con sottigliezza diabolica può favorire l’idea del male:

Il Dr. Paolo Borsellino ha tolto delle ore preziose alle persone che Amava per dedicarle alla Verità e facendo della Verità lo scopo della Sua Vita.
Io non ho il suo Coraggio ma ho il dovere di far rispettare e difendere la Verità che mi ha reso LIBERO.
Carissimo Salvatore, ciò che continuo a comunicarti ha un solo "FINE", il mio dovere verso il Dr. Paolo Borsellino e quindi quello di dirti ogni mio pensiero, Sentimento, IDEE e ogni cosa che realmente sono state e sono collegate a quel "Presente" che ho vissuto con tuo Fratello Paolo.
Quel Presente che è e sarà sempre il mio Presente! E non permetterò a nessuno di mettere questo "Presente" nel DIMENTICATOIO .
Al Cuore non si comanda ma ancor di più alla RAGIONE!

Vorrei tanto far capire a qualcuno il quale con intelligenza sa mettere in atto la RAGIONE che ha insegnato MACCHIAVELLI di non mettere insieme a questa RAGIONE quella SOTTIGLIEZZA DIABOLICA che contribuisce a rafforzare l'IDEA del MALE.
Mi posso permettere di dire a qualcuno che vuole apparire come Paladino di Francia, facendo credere di essere all'altezza di saper combattere il MALE, che il frutto non nasce con le BELLE PAROLE ma nasce e si matura con una forte e DETERMINATA AZIONE.
Vogliono dimostrare chissà che cosa ma in realtà cercano il loro interesse! Tutti i frutti non sono uguali, ci sono FRUTTI che saziano solo il CORPO e ci sono frutti che saziano sia il Corpo che lo Spirito.
Le Belle Azioni di chi ha in mano i "SEMI" del Dr. Paolo Borsellino non devono essere egoistiche da saziare solo il Corpo ma devono essere ALTRUISTE e pieni di LEALTA' e coraggio, per così SAZIARE CORPO e SPIRITO. Se c'è da andare che si vada BENE.
L'AZIONE più deplorevole e meschina è quella TIEPIDA, quella che non è né fredda né calda! 

Il racconto prosegue con delle dichiarazioni impressionanti a riguardo dei poteri occulti, da parte di uno che ne ha fatto in qualche modo parte: 

Quella Società Civile a cui il Dr. Paolo Borsellino era DEVOTO e con Fedeltà Serviva deve ben sapere che quegli uomini dei "POTERI OCCULTI" degli anni 80-90 che facevano parte delle Istituzioni (comprese quelle Religiose) hanno lasciato degli EREDI.
Questi EREDI continuano a portare avanti ciò che hanno ereditato!
Sicuramente come allora quando il carnefice andava al FUNERALE della VITTIMA anche oggi si fa la stessa cosa. Ci sono tante Associazioni che sono schierate apertamente contro la MAFIA, e non solo Mafia, che continuano ancora tutt'oggi a ricordare, a difendere e a onorare le Vittime delle stragi, e sono anche consapevoli del rischio che corrono (come ad esempio Giorgio Bongiovanni).
Ma qualcuno non dovrebbe dimenticare che anche il carnefice sa piangere, è bravissimo a saper dimostrare un falso dolore e che gli EREDI dei CARNEFICI sanno anche schierarsi apertamente a ricordare con inganno e ipocrisia le vittime di questo MALE OSCURO!
Anzi in certi casi dimostrano di essere più bravi di chi veramente combatte con lealtà. 

Poi Vincenzo, tramite un racconto di una sua conversazione spiega cosa sia la mafia, e come si regge, su quali fondamenti rimane in piedi, cominciando a parlare della mafia come una Entità:

Una volta l'ex Sindaco di CASTELVETRANO PUPILLO e DELFINO di Francesco Messina Denaro (Vaccarino n.d.r.) mi disse queste parole:
“La FORZA dell' ANTICA ROMA e le conquiste dei Romani era dovuta esclusivamente all' "IDEA" di ROMA. ROMA era un' IDEA ! Sappi Caro ENZUCCIO che l'idea a cui noi apparteniamo è più forte dell' IDEA di ROMA e in questa SUBLIME e POTENTE IDEA c'e' racchiusa la nostra ENTITA' insieme ad altre ENTITA'.” 

Vincenzo Calcara in queste frasi successive è un fiume in piena, racconta che è per la sua professionalità che Paolo Borsellino è stato ucciso, e che le persone che lo volevano morto avevano una gran paura della sua professionalità tant’è che per Messina Denaro non doveva rimanere più nulla di Paolo Borsellino, nemmeno le idee (notare che parla di Cosa Nostra e di fratelli alleati): 

Nell'Autunno del 1991, quando il Dr. Borsellino era Procuratore a Marsala il mio Capo Assoluto Messina Denaro Francesco mi ha detto queste parole: "Di questo BORSALINO (così lo chiamava) non deve rimanere niente, neanche le sue IDEE, DEVE ANDARE nel DIMENTICATOIO. Lui deve morire e basta! Lui non deve morire solo per il danno che ha causato a "Cosa NOSTRA", per questo si era deciso di aspettare il momento giusto, ma Lui deve morire subito in quanto non gli si deve dare la possibilità di causare un danno irreparabile verso il cuore di "Cosa Nostra" e verso il Cuore dei nostri fratelli alleati. Caro ENZUCCIO, da informazioni sicure si è venuto a conoscenza che questo Borsalino sta costruendo una solida BASE con appoggi personali e segreti e dopo di chè con il Suo Sostituto 'Ingroia' " (Salvatore, per la sicurezza del Dr. Ingroia il Dr. Borsellino non voleva che io dicessi a verbale il nome Ingroia) "che gli sta a Cuore e che ne vuole fare il Suo braccio destro attaccherà come un PAZZO! Dobbiamo distruggerlo!" 
Dopo aver ascoltato queste parole ho percepito e sono sicurissimo che chi ha ordinato a Messina Denaro Francesco di organizzare il piano per uccidere il tuo Amato Fratello gli ha anche manifestato la preoccupazione e la paura che questo piano fallisse. Tanto è vero che per mettersi al sicuro il Messina Denaro Francesco ha organizzato non uno ma due piani per ucciderlo affinché sia nell'uno che nell'altro, non possa avere scampo! Doveva morire o col fucile di Precisione o con l'autobomba. 

Altra notizia bomba è la dura opinione che Vincenzo Calcara da del pentito Giuffré, dove si evince che la stragrande maggioranza dei cosiddetti “pentiti” parla di Cosa Nostra ma non oltre Cosa Nostra, lasciando presupporre che c’è un’altra entità molto più potente della stessa:

Quel PENTITO a "META'" di GIUFFRE' ha confermato ciò che io dissi in Corte D'Assise di Palermo al Presidente BARRECA. Ma per quanto riguarda ciò che va oltre "COSA NOSTRA" il Collaboratore di Giustizia Giuffrè ha paura di parlare!!!

Infine a questa lettera, Vincenzo parla della sua conversione che è maturata con l’incontro di Paolo Borsellino, citando queste parole:

Ed io Vincenzo Calcara, che credevo a questa forza del Male ed ero pronto a morire per essa, non potevo non unirmi ad un UOMO coraggioso con il quale avevamo in comune una sola cosa, LA MORTE!!! 

Infine voglio riportare una notizia di ieri 19 luglio 2009 e collegarla con l’esposizione di questi memoriali di Vincenzo Calcara e pormi e porvi anche delle domande: 

Ieri era il diciassettesimo anniversario (segnatevi sempre i numeri) dell’attentato che ha fatto una strage a via d’Amelio  a Palermo, il 19 luglio 1992. Proprio ieri è uscita una notizia a dir poco incredibile, dopo più di quasi tre lustri, il capo dei capi della mafia siciliana parla, e punta il dito contro lo stato, dicendo che lui non c’entra niente con la strage di via d’Amelio, e accusa lo stato di essere responsabile dell’accaduto.
Spesso non si da credito alle parole di un criminale del genere, ma allora, veniamo al dunque: Perché ha aspettato così tanto per dire con disinvoltura che lui non c’entrava nulla con via d’Amelio? Perché proprio al diciassettesimo anniversario ha detto queste cose? Perché ha permesso che il suo nome fosse infangato da una strage così orribile quando invece non c’entra nulla e si è detto di tutto contro di Riina in questi anni? Perché poi Borsellino e Falcone furono uccisi nel 1992 quando invece di dieci anni prima quando misero in galera migliaia di mafiosi nel maxiprocesso? Perché Gioacchino Genchi ha detto (lui era presente pochi istanti dopo a via d’Amelio ed ebbe la curiosità di farsi alcune domande lucide) che il comando occulto della strage era stato dato da Castel Utveggio, il famoso castello rosa di Palermo e nessuno ha mai preso in considerazione le sue parole, ed anzi è stato mazzolato per la storia delle intercettazioni, quando lui di intercettazioni non ne ha fatte nemmeno una in vita sua perché il suo compito (unico nel suo genere) è quello di comparare i tabulati telefonici e lui aveva le prove di quello che ha affermato? Perché Genchi è stato indagato dalla procura di Roma da persone quindi che lui stesso aveva tramite le sue indagini fatto mettere messo sotto indagine per i riscontri che aveva effettuato?
Continuando la lettura dei memoriali Calcara ci si accorge che in realtà le parole di Riina non sono infondate e che quando si riferisce allo stato come lo stragista, ovvero una strage di stato, non è pura fantasia, anzi sto cercando di pubblicare e commentare questi memoriali perché  voglio spiegare che la questione delle stragi di stato non è delirio.
Gli interrogativi sono molti e io non prenderei sottogamba queste parole di Totò Riina, in quanto ne sa una più del diavolo, e anche se fosse perché non ipotizzare un messaggio in codice per far uccidere qualcun altro magistrato?
(17= morte, e Riina si è riferito allo stato come colpevoli quindi era riferito a uomini dello stato in generale l’appello, come anche magistrati, ma non solo)

martedì 14 luglio 2009

Il grande dittatore

lunedì 13 luglio 2009

Spegnete quel cazzo di apparecchio, ora!!!



Spegnete la tv, ora!!! Liberate il vostro pensiero, sentitevi liberi di non dipendere da ciò che dice la propaganda, e riaccendetela solo quando la libertà avrà pervaso il cuore di tutti, anche se volesse dire non vedere mai più la tv in vita vostra.

venerdì 10 luglio 2009

Omaggio a Nikola Tesla

Oggi andando su Google, ho notato la commemorazione della nascita di uno dei più grandi scienziati della storia, Nikola Tesla. Allora ho deciso di ricordarlo anch’io citando delle sue parole.

"Quando la grande verità verrà accidentalmente rivelata e poi confermata empiricamente, tutti ammetteranno che questo pianeta, con tutta la sua immensità terrificante, va a corrente elettrica, inverosimilmente non di più di una piccola palla di metallo, e da questo ne deriveranno tante opportunità per noi, ognuna che si confonderà con l'immaginazione e di conseguenza sarà indefinibile, ma sarà assolutamente di sicuro completamento. Una volta che la comunicazione telegrafica sarà evidente a tutti possibile, come un segreto e come un pensiero non afferrabile, il suono della voce umana, emesso a qualsiasi distanza terrestre, con tutte le sue intonazioni e i suoi inflessioni, sarà riproducibile fedelmente e immediatamente sino ad qualsiasi altro punto del globo. L'energia di una cascata sarà disponibile per produrre luce e calore, dovunque - su mare o terra o in aria - l'umanità sarà come un mucchio di formiche che si mescola su un bastone : vedremo il caos arrivare!"

 

Nikola Tesla - 1904

martedì 7 luglio 2009

I Memoriali Calcara, CAPITOLO 1

Questo è il primo capitolo, di questo blog, di una serie di articoli in cui saranno commentati ed esposti i Memoriali di Vincenzo Calcara .


I memoriali Calcara sono una serie di scritti redatti da Vincenzo Calcara e pubblicati online nel 2008 da Salvatore Borsellino, fratello del giudice ucciso con una autobomba a Palermo nel 92’, Paolo. In questi memoriali vengono descritti degli avvenimenti inquietanti, che se resi di pubblico dominio potrebbero modificare di molto la percezione dello stato delle cose qui in Italia e non solo.
Vincenzo Calcara, uomo d’onore riservato, il cui significato ce lo spiega Salvatore Borsellino nella prefazione dei memoriali pubblicati,

Gli uomini d’onore riservati sono quelli che non rientrano nella normale gerarchia della “famiglia” mafiosa e la cui affiliazione viene decisa direttamente dal capo famiglia, spesso sul modello e con riti “massonici”, informando della sua qualità soltanto i capi dell’organizzazione e restando poi segreti all’interno dell’organizzazione segreta.
come dice Antonio Ingroja “solo i capi di Cosa Nostra possono decidere, naturalmente in maniera segreta, simili affiliazioni, che rimangono assolutamente riservate rispetto agli altri aderenti alle varie famiglie mafiose sparse nel territorio. L’uomo d’onore riservato serve anche per difendersi dal fenomeno dei collaboratori di giustizia…”.

aveva il compito di sparare nell’ipotetico attentato a Paolo Borsellino con un fucile di precisione sulla statale Palermo-Agrigento. Per Paolo Borsellino infatti, non c’era un piano solo per ucciderlo, ma bensì due, perché se non avesse funzionato uno, si sarebbe attivato l’altro, cioè quello dell’autobomba, in cui Vincenzo in quest’ultimo avrebbe avuto solo un ruolo di copertura. Poi però Riina ordinò di uccidere prima Giovanni Falcone e i piani iniziali vennero scombinati.
Secondo Salvatore, Vincenzo Calcara è:

uno dei pochi collaboratori di Giustizia che possono essere veramente chiamati “pentiti”

forse perché è uno dei pochi che ha delineato le situazioni e gli avvenimenti al livello dei cosiddetti mandanti occulti, sia perché l’incontro con Paolo Borsellino, ora il “suo” giudice, lo ha fatto davvero pentire delle scelte e delle azioni che ha fatto durante la militanza in Cosa Nostra, tant’è che oggi adora e mette al di sopra di tutto “il bene” come anche il “suo” giudice e i suoi insegnamenti che ora non c’è più.
E’ interessante notare come anche i cosiddetti” paladini della verità” come Travaglio, oltre che i tribunali, scansano il suo nome, ovvero, si nominano i vari Gaspare Mutolo, Giuffrè e Leonardo Messina, ma mai si nomina Vincenzo Calcara, ma sentiamo cosa dice di questo Salvatore Borsellino:

Non è stato mai chiamato a deporre nel processo Andreotti anche se aveva parlato del notaio Albano quando nessuno ne conosceva neppure il nome, non è stato mai chiamato nel processo Canale, non è mai stato utilizzato nell’istruttoria dei mandanti occulti delle stragi del 92’ o nell’istruttoria del processo, mai arrivato alla fase dibattimentale, sulla sottrazione dell’Agenda Rossa, nonostante io stesso avessi portato al tribunale di Caltanissetta le parti del memoriale dove di quell’agenda proprio si parlava.

Che ci siano dei mandanti occulti dietro le stragi del 92’ e non solo, ormai è quasi scontato, ma che ancora questo Vincenzo Calcara è considerato innominabile deve far riflettere.

Il popolo delle libertà



domenica 5 luglio 2009

La pesca di frodo

 

Il testo che ora riporto è tratto dal libro “Economia Canaglia” di Loretta Napoleoni. Il tema trattato è uno dei temi meno affrontati in assoluto, ovvero quello della pesca di frodo. Il problema, in termini finanziari non mostra gravi implicazioni, si parla di cifre alte ma non tanto, invece il problema ha un impatto ambientale devastante. Della pesca di frodo pubblicherò in futuro anche altro materiale per far comprendere meglio il fenomeno, che sta distruggendo interi ecosistemi marini nel silenzio, è proprio il caso di dirlo, di come affonda una pietra nell’oceano. In questo testo vengono documentate anche le condizioni lavorative, e il racket organizzato coi suoi sistemi. Per chi è interessato a salvaguardare l’ambiente, cercando di creare armonia per un equo sfruttamento delle risorse, che favorirebbe poi l’avvento di una civiltà basata sull’armonia umana,  dovrebbe ridurre il consumo di pesce e di carne. Difatti la colpa del disastro marino in atto, è nostra, ed è ora che cominciamo ad assumerci le nostre responsabilità.

 

I pirati del pesce

 

La pesca di frodo diventa l’habitat ideale per lo sviluppo di un nuovo settore dell’economia canaglia: la pirateria ittica. Un’attività plurimiliardaria.
<< Il merluzzo della Patagonia, a rischio estinzione, e il tonno blu, possono costare rispettivamente fino a 10.000 e a 50.000 dollari l’uno, tanto che a volte il valore del pesce nella stiva supera quello della nave>> sostiene il sottosegretario dell’Iindian Ocean Tuna Commission. << Sommando tutte le cifre a nostra disposizione, che includono il merluzzo del Mare di Barents, il tonno del Mediterraneo, l’aliotide del Sudafrica e molti altri pesci pescati illegalmente, la stima del volume totale della pesca di frodo va dai due ai 15 miliardi di dollari>> dice David Agnew, responsabile della ricerca ittica all’Imperial College di Londra.
Il cuore dell’attività internazionale dei pescatori canaglia è l’Europa, in particolare Las Pamas de Gran Canaria (Isole Canarie). << Quasi tutto il pesce di frodo che arriva in Europa passa da Las Palmas. Si tratta di almeno 400.000 tonnellate l’anno >> spiega un esperto di pesca di frodo che chiede di restare anonimo. Las Palmas è un ottimo porto, situato in posizione strategica, a soli cento chilometri dalle coste dell’Africa occidentale: notoriamente tra le più pescose. E’ conosciuto come uno dei principali porti <<compiacenti>> e offre servizi e ospitalità a molte compagnie canaglia.

 

Rintracciare il pesce rubato che transita nei porti di Las Palmas è quasi impossibile – ammette Hélène Bours, consulente ed esperta internazionale di pesca di frodo – perché le partite vengono trasbordate in alto mare e perché ci sono troppe rotte di contrabbando. Per fare un esempio, un’enorme quantità di quello che viene comunemente chiamato pesce pelagico, come le sardine, viene pescata in Africa occidentale ma non è contrabbandata in Europa o in America del Nord perché non ci sono grossi mercati per quel tipo di pesce. Le navi europee razziano il pesce pelagico al largo della costa della Mauritania, lo portano a Las Palmas e poi da lì lo vendono ad altri Paesi dell’Africa occidentale come la Nigeria.

 

I gamberoni dell’Africa occidentale e alcuni tipi di pesce piatto seguono tutt’altra rotta. Una volta arrivati a Las Palmas, vengono spediti verso il mercato asiatico dove c’è molta richiesta.
Las Palmas è come un grosso scalo dove le navi arrivano e ripartono per centinaia di destinazioni diverse. L’unico modo per rintracciare il pesce è seguirlo tappa dopo tappa fino al mercato finale. Un’operazione impossibile << I pescherecci di frodo non arrivano mai alla destinazione finale della merce. Già prima di approdare in un porto come Las Palmas, il pesce viene venduto e caricato su navi da trasporto e cambia imbarcazione almeno una volta >> spiega la signora Bours.
Eppure, secondo gli esperti, anche questa nuova razza di gangster globalizzati, come i pirati del pesce, è conseguenza dello smantellamento sovietico.
Lo sintetizza l’esperto di pesca di frodo della Fao:

 

le risorse ittiche sono sempre state vulnerabili a causa della pesca eccessiva, ma lo sfruttamento su vasta scala ebbe inizio negli anni cinquanta con la costruzione delle flotte di pescherecci sovietiche, seguite negli anni settanta da quelle del Giappone e di altri stati dell’estremo oriente, dei paesi europei e degli Stati Uniti.

 

Fino alla fine della guerra fredda, però, ogni paese pescava nelle sue acque territoriali. La pesca di frodo a livello industriale nasce con il crollo del blocco sovietico, quando la criminalità organizzata si impossessa della flotta mercantile dell Urss. La Cina segue a ruota. Il primo bersaglio è il Baltico per la sua vicinanza con Murmansk, non più pattugliata dalla Marina Sovietica. In quella vasta distesa d’acqua oggi si misurano le conseguenze più disastrose di oltre quindici anni di anarchia sui mari.

 

Pesca eccessiva, inquinamento, eutrofizzazione ( l’arricchimento dell’acqua con sostanze nutritive causato principalmente dal deflusso agricolo ), cambiamenti climatici, fuoriuscite di petrolio, pesca a strascico e distruzione degli habitat hanno creato una situazione catastrofica, che minaccia ulteriormente la sopravvivenza del merluzzo e di altre specie.

 

La responsabilità di un simile disastro è dei governi degli stati baltici, indifferenti, come quello britannico, agli atti di pirateria che si consumano quotidianamente nelle loro acque. La multa media per la pesca di frodo ammonta a soli 558 euro, poco di più di una sosta in zona rimozione nel centro di Londra.
La pirateria del pesce desta poca attenzione perché non è un tema <<sexy>> come la povertà in Africa, non è una passione delle celebrità, né una <<minaccia spaventosa>> come il terrorismo islamico, sfruttato dai politici per i propri obiettivi. Inoltre, pattugliare il mare è come sorvegliare internet: costa molto e nessuno sa come farlo. Anche i dati sulla pirateria ittica sono pressoché inesistenti sia per quanto riguarda il numero di pescherecci impiegati in questa attività, sia per quanto concerne la quantità del pesce pescato illegalmente. Eppure i governi sono pienamente consapevoli delle grandi potenzialità di guadagno che sono alla base della pirateria. E conoscono bene le conseguenze di questa attività canaglia.
Spesso, la pirateria ittica, più che diventare il simbolo di una attività della criminalità organizzata, è lo specchio dei nuovi scenari economici creati con l’avvento del mercato globale. Nel Mediterraneo i pescatori sono costretti a superare la quota loro assegnata loro per riuscire a far quadrare i conti. <<Le navi devono pescare il doppio consentito per ripagare le spese>> spiega lo spagnolo Sebastiàn Losada, attivista di Greenpeace. I profitti sono diminuiti per l’aumento del costo del carburante e per il calo del prezzo del pesce, e i pescatori non ce la fanno a mantenere le famiglie. Negli ultimi cinque anni, per esempio, il prezzo del tonno è dimezzato a causa della pesca eccessiva, passando da dieci euro a cinque euro al chilo. Per accaparrarsi una fetta maggiore di mercato giapponese del tonno, il più grande del mondo, i pescherecci legali ed illegali hanno praticamente rastrellato il Mediterraneo, contribuendo così per primi alla riduzione dei prezzi. I dati dell’Advanced Tuna Ranching Technologies (Atrt), la società spagnola che opera nell’ambito delle tecnologie per la pesca e l’allevamento sostenibili, mostrano che dal 2002 al 2006 la pesca del tonno si è triplicata per soddisfare la crescente ed insaziabile domanda asiatica. Le tristi storie dei pescatori si moltiplicano con la diffusione dei sushi bar. Vengono raccontate in molte lingue, dall’aramaico all’albanese, lungo i 46.000 chilometri delle coste del Mediterraneo.
La domanda globale alimenta un circolo vizioso: favorisce una pesca invasiva che però produce effetti collaterali devastanti. <<La pesca del tonno blu nel Mediterraneo, per esempio, è stata talmente abbondante che ora il pesce è rarissimo e prezioso. Ecco il motivo per cui chi pesca di frodo si può arricchire>> dice Losada.
Il tonno pescato legalmente ed illegalmente alimenta il mercato giapponese del sashimi, al quale è destinato l’80% delle partite. I pescherecci pirata italiani e francesi controllano il mercato illegale del tonno del Mediterraneo e i loro ingenti profitti hanno attirato la criminalità organizzata. Losada aggiunge anche:

 

Le autorità sostengono che il racket sia nelle mani di una joint-venture tra la mafia marsigliese e quella siciliana. Ovviamente lo sanno tutti, ma nessuno lo può dimostrare. La connessione, che la polizia spesso chiama <<il triangolo del tonno>>, non si limita alla Francia e all’Italia: uno dei principali mercati del pesce di frodo è la Spagna.

Il <<triangolo>> del tonno in realtà è un quadrato. La Libia, infatti, ha acquistato i vecchi pescherecci francesi a prezzi stracciati, per trasbordare in alto mare le partite di pesce di frodo della flotta francese. A detta di Losada, la connessione è la conseguenza diretta di un’interdipendenza surreale.

La Francia ottiene i sussidi dell’Unione Europea per costituire nuove navi, perciò vende quelle vecchie, a prezzi stracciati, alla Libia, che a sua volta cambia loro bandiera. Le navi francesi vecchie, che ormai battono bandiera libica pescano illegalmente al largo delle coste della Libia e il pesce finisce nel porto di Marsiglia.

 

Le fabbriche dello sfruttamento della pesca

 

La pirateria ittica ha tutte le caratteristiche della pirateria classica, quindi ha poco a che fare con l’immagine contemporanea romanzata dei pirati. Dimenticate i film di cassetta come I pirati dei Caraibi e pensate invece alla criminalità organizzata asiatica che opera a livello mondiale in condizioni di lavoro da rivoluzione industriale. << Gli equipaggi spesso sono trattati in modo disumano. Ho parlato con cinesi vissuti per anni a bordo di pescherecci in alto mare senza mai tornare a casa. Non vengono né addestrati né equipaggiati e hanno uno stipendio da fame>> racconta la signora Bours.
La schiavitù è diventata una pratica comune. << Al largo della Guinea abbiamo incontrato una nave cinese il cui equipaggio era senza passaporto. Una volta a bordo, gli uomini erano in trappola e non potevano più andare da nessuna parte>> aggiunge la signora Bours.
Tra le varie tipologie di gangster della globalizzazione, i moderni pirati del pesce sono veri e propri industriali, che dirigono fabbriche di sfruttamento illegale in alto mare. I salari costituiscono una grossa fetta dei costi di gestione, perciò i pirati reclutano l’equipaggio in paesi a basso reddito o lo schiavizzano. Greenpeace ed Environmental Justice sono riusciti a documentare le condizioni di lavoro a bordo di queste navi <<dickensiane>>, a largo della costa dell’Africa occidentale. Quasi tutte battono bandiera cinese.

 

Gli alloggi sono luridi, come anche le stive frigorifero, ammesso che funzionino. Spesso non c’è attrezzatura di salvataggio. […] Sul ponte della Five Star, una nave coreana incontrata al largo della costa della Sierra Leone durante la spedizione del 2006, c’era una costruzione pericolante che è risultata essere l’alloggio di 200 pescatori senegalesi presenti a bordo oltre l’equipaggio coreano. All’interno si vedevano materassi di cartone e vestiti appesi ai fili. La nave aveva imbarcato una quarantina di canoe con il loro equipaggio a Saint Louis, nel Senegal del nord, per poi fermarsi tre mesi nella zona di pesca a largo della Sierra Leone. Una volta sul posto , le canoe venivano messe a mare, ciascuna con cinque o sei senegalesi a bordo, che pescavano tutto il giorno e tornavano sulla nave la sera per scaricare il pesce. Questa pratica non è una novità e ci sono innumerevoli testimonianze di pescatori abbandonati su piccole canoe di legno a centinaia di chilometri da casa quando la stiva è piena. Ci siamo anche imbattuti in un gruppo di navi alla deriva, a circa 60 miglia marine al largo della costa della Guinea, come la Lian Run 2. Ciascuna aveva due o tre pescatori cinesi a bordo, lasciati in mezzo al nulla in attesa dell’arrivo di un altro equipaggio o della riparazione della nave. Ci hanno detto che i rifornimenti di cibo passano ogni tre mesi. Quando restano a secco, mandano un segnale alle navi di passaggio nella speranza che qualcuna si fermi. Non sapevano quanto tempo sarebbero rimasti lì. Il peschereccio cinese Lian Run 14 aveva un equipaggio dei sei cinesi più un pescatore della Sierra Leone fuggito in Guinea. Ci hanno detto di essere senza passaporto e di lavorare a turni di uno o due anni. Quelle imbarcazioni rimangono in mare per anni, senza mai attraccare in porto, e trasbordano il carico su navi dotate di stiva frigorifera, che lo consegnano a Las Palmas o altri porti del genere. Dal canto loro, le compagnie proprietarie delle navi frigorifero continuano a fare affari come al solito: alcune addirittura hanno uffici a Las Palmas.

 

Per i pirati del pesce gli equipaggi di queste fabbriche di sfruttamento sono merce facilmente rimpiazzabile come lo sono le prostitute slave per i <<protettori>> della globalizzazione. <<Una volta, nel 2001, ero a bordo di una nave vicino alla costa dell’Africa occidentale e abbiamo ricevuto un Sos  da un peschereccio cinese in zona, ma nessuno aveva intenzione di interrompere la pesca. Quindi siamo arrivati, erano rimasti vivi solo due uomini.>>
Durante la spedizione in Africa occidentale nel 2001, Greenpeace partecipa a una missione di soccorso per cercare i superstiti di un peschereccio affondato con l’equipaggio << Nessuno aveva idea di quanti o chi fossero i morti. E’ probabile che le famiglie non abbiano mai saputo cosa sia successo loro. Un’altra nave con un altro equipaggio li aveva già rimpiazzati >> conclude Hélène Bours.

venerdì 3 luglio 2009

La passione per le cose

Il Maestro domandò a Zilu:
<<Sai che ciascuna delle “sei virtù” può avere un lato negativo? No? Allora, siediti e io te lo spiegherò. Senza amore per lo studio, è possibile ogni deformazione; infatti l’amore della virtù diviene stoltezza, l’amore del sapere superficialità, l’amore dell’onestà pregiudizio, l’amore della rettitudine intolleranza, l’amore del coraggio insubordinazione e infine l’amore del rigore diviene fanatismo.>>

 

Confucio

giovedì 2 luglio 2009

I perché di un consumo critico

 

“Inizio con questo articolo la pubblicazione di alcuni stralci del libro “Guida al consumo critico”. Gli aggiornamenti risalgono al 2003 ma le cose dette spesso risultano di minor gravità della situazione odierna, seppur terribili. La guida indica dei comportamenti corretti e informazioni su aziende raccolte sia tramite domande sia tramite altre fonti e ragionamenti. Ritengo quindi necessario pubblicare parti di questo libro perché li ritengo utili per arricchire di informazioni preziose che di solito non vengono divulgate dai più diffusi mezzi di comunicazione.
[Il testo tra parentesi quadre è mio]

 

PER NON ESSERE PIU’ COMPLICI

 

GESTO DI PORTATA PLANETARIA

 

Consumare e fare la spesa ci sembrano fatti banali che riguardano solo noi, i nostri gusti, le nostre voglie, il nostro portafoglio, il nostro diritto a non essere imbrogliati. Eppure il consumo è tutt’altro che un fatto privato e non può essere affrontato badando solo al prezzo e la qualità. Il consumo è un fatto che riguarda tutta l’umanità perché dietro a questo nostro gesto quotidiano si nascondono problemi di portata planetaria di natura sociale, politica ed ambientale. Passiamoli brevemente in rassegna iniziando dai problemi ambientali, più per comodità d’esposizione che per ordine di importanza.

 

CONSUMO INQUINANTE

 

L’immondizia deposta per strada accanto ai bidoni traboccanti ci ricorda che i consumi generano inevitabilmente rifiuti che a loro volta creano sempre problemi di inquinamento, indipendentemente dal metodo di smaltimento prescelto.
I rifiuti finali, tuttavia, sono solo l’aspetto, e forse neanche il più grave, dell’impatto ambientale provocato dai nostri consumi. Il danno peggiore si ha durante la fase produttiva. In agricoltura l’uso massiccio di fertilizzanti e pesticidi sta avvelenando le falde acquifere e sta rendendo sterili vaste estensioni di terra. I liquami emessi dalle stalle industriali alterano fiumi e terreni. I prodotti chimici che ci vengono venduti per tenere le nostre case così linde avvelenano le zone di produzione con sostanze tossiche di ogni tipo. La carta, che ormai utilizziamo per tutti gli scopi, sta provocando un pauroso impoverimento dei boschi e foreste a livello planetario e perfino la carta riciclata, che è il simbolo dell’attenzione ecologica, è una maledizione ambientale per le zone che ospitano le industrie di riciclaggio.
Non parliamo poi dei gas prodotti dalle centrali elettriche che producono l’energia necessaria per far funzionare l’imponente macchina industriale della nostra società dei consumi. Ed ecco il buco dell’ozono che si allarga e l’effetto serra che avanza. [mi dissocio da quest’ultima osservazione in quanto la teoria dell’effetto serra derivante dal CO2 non è dimostrata scientificamente con prove attendibili, anche se la comunità scientifica si affanna ad essere conclusiva su questo punto pur non avendo riscontri effettivi. E’ stato riscontrato un aumento globale di anidride carbonica in correlazione oltretutto al generale scioglimento di alcune calotte polari e ghiacciai, ma nulla garantisce che questa sia una conseguenza e non la causa che rimane ignota e ci sono anche studi  riguardo. La scienza vera richiede tempo ed esperimenti, la fuffa politica anche subito].

 

CONSUMO INSOSTENIBILE

 

Il dramma è che facciamo pagare il prezzo ambientale anche a quei popoli che non partecipano al nostro banchetto. Gli strani tumori alla pelle che stanno comparendo in Cile meridionale potrebbero essere il risultato del buco dell’ozono che si è formato sopra l’Antartide. Ma i gas che sono responsabili del buco provengono dalla nostra parte di mondo.
Proprio a partire dagli aspetti ambientali risulta evidente che il nostro stile di vita entra in concorrenza con quello della gente del Sud, che ha bisogno di più cibo, più vestiti, più mezzi di trasporto, più alloggi, più strutture sanitarie, più macchinari. Tutto ciò richiede una crescita produttiva che il Sud potrà attuare se il Nord rinuncerà a fare la parte del leone nell’uso delle risorse e produrrà meno rifiuti. D’altronde è dimostrato che non si può giungere ad un equilibrio tra Nord e Sud portando tutta la popolazione terrestre al nostro tenore di vita, perché se tutti gli abitanti della terra consumassero quanto consumiamo noi, ci vorrebbero altri cinque pianeti da utilizzare come fonti di materie prime e come discariche di rifiuti.

 

Prodotto

% consumata nel Nord

Quante volte il consumo pro-capite del Nord supera quello del Sud

Alluminio

86%

19

Carta

81%

14

Legno

76%

10

Energia

75%

10

Carne

61%

6

Fertilizzanti

60%

5

Cereali

48%

3

Acqua potabile

42%

3

Fonte Alan Durning, Quanto basta?, Franco Angeli, Milano 1994.

 

Il nostro consumo danneggia i popoli del Sud solo perché corrode i loro spazi di sviluppo, ma anche perché contribuisce al loro sfruttamento.
I fatti parlano chiaro. Un rapporto del 2002 della Commissione per i diritti umani del Kenya rivela che nelle piantagioni di fiori, i braccianti avventizi guadagnano un salario che basta a malapena a comprare quattro chili di mais.
Da una ricerca condotta nel 2002 dall’associazione belga Les Magasins du Monde-Oxfam, risulta che in Vietnam, nelle fabbriche che lavorano per le grandi multinazionali tessili, delle scarpe e del  giocattolo, vengono pagati salari di base di 35 dollari al mese, mentre servono 120 dollari per soddisfare i bisogni fondamentali di una famiglia di tre persone.
Le cose non vanno meglio neanche in Centro America. Ecco la descrizione data nel 1998 da Neil Kearney, segretario generale del Sindacato Internazionale Tessili, su come si lavora alla Mandarin International, una fabbrica di confezioni situata in una zona franca1 del Salvador:

“Immaginatevi la scena: 850 operai, soprattutto donne, alcune delle quali molto giovani. La fabbrica è calda e polverosa. Non c’è acqua potabile e non c’è possibilità di rinfrescarsi perché i bagni sono chiusi a chiave. Del resto, per andare in bagno bisogna chiedere il permesso ed è consentito farlo solo due volte al giorno per un totale di massimo otto minuti. Se un’operai viola questa disposizione, è inserita in una lista e dopo tre volte viene licenziata. E’ proibito parlare e sono frequenti le punizioni corporali. Le operaie sono picchiate, prese a spintoni e colpite da oggetti lanciati. Quando si ammalano non hanno il permesso di recarsi dal dottore.
L’orario settimanale normale è di 52 ore o più. I salari sono di circa 25 dollari al mese ed una lavoratrice deve lavorare 19 settimane per potersi permettere un frigorifero, 17 per una lavatrice e 7 per un letto. Non a caso molte donne soffrono di malnutrizione.
le camicie che escono da questa fabbrica sono vendute a 20 dollari l’una negli Stati Uniti, ma all’operaia che le ha prodotte vanno solo 12 centesimi”.


Un’intervista rilasciata nel 1998 da un’operaia di Haiti che lavora in una fabbrica tessile al servizio della Walt Disney, conferma le stesse tragiche condizioni di lavoro:

“Mi alzo tutte le mattine alle cinque e non rientro fino alle sei e mezza di sera dopo dieci ore di lavoro. Guadagno 36 gourdes al giorno, ma 18 vanno per l’affitto e 26 per il carbone per cucinare. Il pranzo mi costa 10-15 gourdes e per andare a lavorare me ne servono altri 5. In conclusione, ancora prima di cominciare la giornata ho già speso più di quanto guadagno.
Mi pagano il venerdì, ma la domenica non ho più soldi per dare da mangiare ai miei bambini. Riesco a farli sopravvivere con dell’acqua zuccherata.
In fabbrica il deposito di acqua non è mai stato pulito da quando è stato installato due anni fa. Dentro ci hanno trovato anche dei topi morti.
Non mi azzardo ad iscrivermi al sindacato. Altre compagne che lo hanno fatto sono state licenziate.
Mi hanno detto che queste cose non dovrebbero succedere perché Disney ha adottato un codice di condotta, ma a giudicare da quello che succede da noi, non lo rispetta”.2

Purtroppo dietro a molti prodotti che noi consumiamo, c’è anche lavoro minorile, addirittura in condizione di schiavitù, come succede nel caso di alcuni tappeti provenienti dall’India o del cacao proveniente da alcune piantagioni della Costa d’Avorio. Nel 2002 l’associazione americana Human Rights Watch ha riscontrato numerosi casi di lavoro minorile anche nelle piantagioni di banane in Ecuador. Il rapporto precisa che i bambini vanno incontro a molti incidenti perché sono addetti a mansioni pericolose come la ripulitura del terreno con i machete e l’irrorazione di pesticidi tossici. Del resto, in molte piantagioni i pesticidi sono addirittura irrorati con l’aereo mentre i braccianti sono al lavoro. Ancora oggi migliaia di lavoratori del Centro America stanno lottando per ottenere dalle multinazionali della banana un risarcimento per danni subiti dall’utilizzo di DBCP, un potente vermifugo che provoca sterilità nei lavoratori e mutazioni genetiche nei neonati.


STRATEGIE PER IL CAMBIAMENTO


A questo punto dobbiamo scegliere.
Se vogliamo sostenere il pericolo di guerre la distruzione del pianeta, lo sfruttamento, la corruzione, l’oppressione, allora continuiamo a consumare alla cieca come facciamo oggi.
Ma se vogliamo salvare il pianeta, se vogliamo far crescere la giustizia, la nonviolenza, allora dobbiamo consumare meno e dobbiamo prendere le distanze dalle imprese che si comportano in maniera iniqua.
In altre parole, dobbiamo imboccare la strada della sobrietà e del consumo critico.

 

 

1. Le zone franche sono territori nei quali le imprese estere possono gestire attività industriali e commerciali a condizioni particolarmente vantaggiose. La prima di queste zone (chiamate anche zone di libero commercio o zone di produzione per l’esportazione) nacque in India negli anni 60’ attorno alla cittadina di Kandla. Successivamente ne sono sorte altre 200, soprattutto in America Latina e in Asia. Altre decine sono in fase di progettazione. Le condizioni vantaggiose comprendono esenzioni fiscali, esenzioni doganali, basse tariffe per l’uso dei suoli, dell’acqua dell’energia elettrica, la garanzia di non subire espropri, la possibilità di pagare salari più bassi che nel resto del paese e, naturalmente, leggi antisindacali. La forza lavoro costituita  all’ 80-90% da giovani donne che, come si legge in un esaltante opuscolo filippino, possiedono “un’indole naturalmente obbediente e un’elevata tolleranza al lavoro ripetitivo”. I licenziamenti su due piedi e le molestie sono una paura quotidiana.

2. <<WDM in Action>>, marzo 1998